Pierfrancesco Favino il trasformista

Ieri notte ho visto il film Il traditore con Pierfrancesco Favino nei panni di Tommaso Buscetta. Al mattino, ripensando al film, ho provato uno strano senso di disagio. Non era certo la sceneggiatura o il punto di vista del regista Marco Bellocchio a turbarmi. La storia di Buscetta è già scritta e conosciuta nei minimi dettagli da chi ha un’età idonea a ricordarsela. Non si può neanche sostenere che un regista come Bellocchio con la sua storia di uomo di sinistra abbia, almeno in quel film, esercitato un’azione di propaganda. Del giochino di Saviano di far passare la guerra alle mafie come un fatto privato della sinistra, ne Il traditore, non c’è alcuna traccia evidente. Tuttavia quel film, nonostante tutto, mi ha lasciato un senso di insoddisfazione e solo poco fa ne ho capito il perché. È stato proprio l’attore protagonista, intervistato su Sky a proposito dell’ultimo suo lavoro Hammamet, ad aprirmi gli occhi. In un passaggio dell’intervista egli dichiara che il suo fine ultimo di attore nei panni di Bettino Craxi è stato quello di scomparire dietro il personaggio. Dopo ore e ore di trucco giornaliero e prove ossessive per intonare il timbro della voce del leader socialista lui, per sua ammissione, si è liquefatto nel protagonista del film. Non ho ancora visto Hammamet, ma il Buscetta di Favino è stato più che un’interpretazione la sua imitazione. Nulla dell’attore più in voga del momento si è intravisto nei panni di don Masino; ne è stato semplicemente la fotocopia. Brando nei panni di don Vito Corleone sarà sempre Marlon Brando e non il boss de Il padrino portato a spasso dalla sua recitazione. La narrazione di una storia non può non passare dalla più intima umanità di chi la racconta e quella non si può nascondere con un’imitazione, seppur straordinaria. Ho avuto la stessa sensazione in Romanzo Criminale nel vederlo nei panni del libanese e in tutte le volte che l’ho visto recitare. Dov’è l’attore Pierfrancesco Favino? Dov’è egli stesso mentre gioca a nascondino dietro il copione delle sue interpretazioni? Forse si è sempre nascosto dietro l’ego smisurato dei Bellocchio, Amelio, Placido e di tutti quei registi dall’ideologia di servizio troppo più grande del suo essere Pierfrancesco Savino nei panni di un personaggio e non il contrario.

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Michele Morandi nasce a Napoli nel 1964. Dal 1990 vive a Torino dove svolge la professione di Medico Igienista. Il suo indissolubile legame con Napoli, così come la cultura degli anni ’70, hanno fortemente influenzato la sua azione creativa. La trasposizione di immagini e vissuti del passato sono sempre diretti a un’interpretazione della realtà corrente. Nel 2013 pubblica per la Hever editrice L’uomo che non esiste. Il volume è stato presentato a Napoli presso la Saletta Rossa della Libreria Guida e a Torino al Salone Internazionale del Libro di quell’anno. Nel 2015 pubblica sempre per la Hever editrice Il teorema della memoria, presentato a Torino in anteprima presso il Salone Internazionale del Libro e a Napoli presso il Palazzo delle Arti. Nel 2019 pubblica per L’Erudita del Gruppo Giulio Perrone Editore Segui la marea. E’ autore del blog Il buco nelle nuvole, una pagina che oltrepassa la cortina nebbiosa del politically correct e del pensiero unico oggi imperante nel giornalismo e nella politica.

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