I dadi della giustizia

sentenziò la Gabanelli. All’attuale crisi della giustizia, ormai palese, la giornalista più inopinabile, indiscutibile e incontestabile d’Italia, tanto da essersi in passato guadagnata una candidatura alla Presidenza della Repubblica, così ha risposto. Provo però a cercare di capire: la stessa Gabanelli nelle sue inchieste di Report vivisezionava i fatti fino a enumerare le virgole dei documenti analizzati, ma difficilmente faceva altrettanto sulle sentenze in giudicato, se di assoluzione. Finché il terreno, utile al taglio del programma, era quello delle accuse, la precisione era ossessiva, poi sugli esiti giudiziari dei singoli casi, bastava un laconico e stringato: «la Corte d’Appello ha poi assolto tutto gli imputati». Ed ecco il suo ultimo pensiero indignato su giudici che non condannano imputati riconosciuti innocenti. Un concetto di giustizia tagliata con l’accetta e misurata sul numero di condanne, per lei toppo poche rispetto alle assoluzioni. Probabilmente la nostra super giornalista preferirebbe magistrati giudicanti sul modello del giudice Brigliadoca di Rabelaiana memoria. Quello che nel testo Gargantua e Pantagruele aveva emesso in quarant’anni più di quattromila sentenze definitive, mai discusse. Poi un giorno il giudice Trincamalla gli chiede conto dell’unica sentenza appellata e, alla domanda: «Da che cosa conoscete, amico mio, l’oscurità dei pretesi diritti delle parti contendenti?» Brigliadoca risponde: «Come voialtri, Signori, vale a dire quando vi sono molti incartamenti da una parte e dall’altra. E allora adopero i miei dadi più piccoli, come voialtri, Signori, secondo la legge: semper in stipulationibus ff. de regulis iuris, e la legge versale versificata quae eod. tit.»

Quindi, per l’ala giustizialista del giornalismo italiano è meglio difendere l’ordalia da condanna medioevale e da inquisizione, a prescindere, al di là dei fatti, dei procedimenti e dei codici. Per il prossimo referendum la scelta sarà tra continuare con la giustizia amministrata con i dadi, valutata da osservatori e media a kg di condanne o assoluzioni e tra quella amministrata semplicemente con il diritto, a tutela delle vittime, che siano parte lesa o imputati e soprattutto di quei magistrati che per lavorare seriamente non hanno certo bisogno di giornalisti supporter modello Torquemada.

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Michele Morandi nasce a Napoli nel 1964. Dal 1990 vive a Torino dove svolge la professione di Medico Igienista. Il suo indissolubile legame con Napoli, così come la cultura degli anni ’70, hanno fortemente influenzato la sua azione creativa. La trasposizione di immagini e vissuti del passato sono sempre diretti a un’interpretazione della realtà corrente. Nel 2013 pubblica per la Hever editrice L’uomo che non esiste. Il volume è stato presentato a Napoli presso la Saletta Rossa della Libreria Guida e a Torino al Salone Internazionale del Libro di quell’anno. Nel 2015 pubblica sempre per la Hever editrice Il teorema della memoria, presentato a Torino in anteprima presso il Salone Internazionale del Libro e a Napoli presso il Palazzo delle Arti. Nel 2019 pubblica per L’Erudita del Gruppo Giulio Perrone Editore Segui la marea. E’ autore del blog Il buco nelle nuvole, una pagina che oltrepassa la cortina nebbiosa del politically correct e del pensiero unico oggi imperante nel giornalismo e nella politica.

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