Qualche giorno fa si è consumato l’ennesimo psicodramma calcistico nazionale (e per me anche personale) che, dopo aver smaltito la rabbia, mi ha suscitato una piccola riflessione. La terza esclusione da un mondiale non può essere un evento clamoroso e inatteso solo perché ha mortificato l’orgoglio di noi italiani. È già successo troppe volte per indignarsi di stupita indignazione. Nel nostro calcio quando accade qualcosa di negativo si finge sempre la massima sorpresa come se tutto fino a quel momento fosse andato a meraviglia; semmai il passato ci ha insegnato che lo stupore in positivo si è sempre palesato al contrario. In quel passato ci siamo qualificati e abbiamo vinto mondiali in condizioni ambientali terribili: arresti, calciopoli, scommesse illegali, doping. Oggi no, ma non solo da oggi. Sono decenni che il calcio italiano vive di rendita, di vittorie ormai lontane e spirito di resistenza e riscossa dimenticato da tempo. Da anni il livello della serie A è avvilente se paragonato ad altri campionati europei e il maggiore volume d’affari degli altri Paesi non è l’unico problema. Gli stranieri esistono anche all’estero e i grandi gruppi finanziari non autoctoni, proprietari dei club più prestigiosi, esistono in tutte le nazioni dove le massime serie calcistiche sono comunque più performanti della nostra. Le polemiche arbitrali, con o senza VAR esistevano in Italia anche quando vincevamo con merito mondiali ed europei. Un indizio però lo fornisce lo stile nostrano dell’informazione sportiva, tutto avvitato su un tornaconto televisivo condizionato da alcuni clubs tra i più influenti. Giocatori più o meno giovani pompati dalla stampa come fenomeni, ma nella realtà reale solo discreti nell’immediato, dal rendimento medio in relazione all’età e non di certo campioni. Atleti lontani millenni luce dai Bruno Conti, Paolo Rossi, Francesco Totti, Roberto Baggio, Alex Del Piero, Fabio Cannavaro, Paolo Maldini, per citarne solo alcuni, che tutta la stampa sportiva spaccia per fuoriclasse, addirittura prima ancora dell’esordio in serie A. Strano che nel Paese del giornalismo d’inchiesta e dell’indignazione a nessuno venga in mente di farsi qualche domanda e magari darsi almeno una risposta sull’ossessiva esaltazione mediatica di giocatori che, prima ancora di aver toccato il pallone in una competizione della massima serie, vengono santificati del tutto immotivatamente come i nuovi Messi(a) del calcio. Addirittura valutati da giornalisti, ex calciatori nei talk televisivi come geni calcistici da decine di milioni di euro, senza aver mai ancora giocato o dopo averlo fatto per pochi minuti nei fine partita. Con questo ambiente surreale difficilmente assisteremo all’esordio di talenti veri, ma solo alle sublimazioni giornalistiche di allucinazioni illusorie come nell’intelligenza artificiale. I fenomeni autentici iniziano a esserlo da adolescenti senza essere al centro dell’attenzione, con la fame di chi ha puntato il tutto per tutto sul proprio talento. Appunto, la fame. Questo fa la differenza tra chi nelle giovanili gira con trolley firmati, cuffie acustiche da migliaia di euro, chili d’oro addosso e una carta d’identità da adolescente e chi lontano dal divismo pensa solo a diventare un campione. Se tra i tredici e i diciassette anni non hai un talento che fa la differenza e poi a vent’anni i giornalisti, diciamo incoraggiati dai clubs, scrivono che vali quaranta milioni, perché dovresti aver fame di diventare un campione? Tanto, per fare affari, conta solo l’apparenza di un valore dichiarato. In campo però quest’ultima non conta; per vincere conta solo la cazzimma e se non hai fame non può esserci cazzimma. Il talento di quei calciatori pompati, ammesso che esista sul serio, non è mai davvero sbocciato, solo che a noi italiani ci piace illuderci per poi stupirci se non reggiamo l’urto della Bosnia o della Macedonia del Nord. Gli ultimi allenatori succedutisi come CT sulla panchina della Nazionale non erano proprio degli sprovveduti, ma il risultato, a parte l’Europeo vinto da Mancini, è stato sempre fallimentare e questo dovrebbe essere un ulteriore indicatore del livello tecnico imbarazzante di calciatori, in realtà medi se non addirittura mediocri, almeno rispetto ai competitor europei. Noi siamo l’Italia quattro volte campione del mondo! Certo, campioni lo siamo stati, perdenti lo siamo, ma siamo pur sempre l’Italia e per rialzarci, senza dimenticare chi eravamo, dobbiamo far finta che la nostra storia inizi adesso e l’unico modo è liberare il più possibile i nostri giovani prima di arrivare al professionismo dal rumore di fondo di giornalisti, procuratori, wags e letterine televisive, per rivalutare il riavvolgersi delle maniche della tuta da lavoro sin da adolescenti e tornare a faticare senza farsi condizionare da quelli che strombazzano ai quattro venti che abbiamo grandi campioni, senza che però l’abbiano dimostrato giocando e vincendo.